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Category — Il profilo storico

Carte d’Arte all’Angelo

Dal biglietto d’invito.

Sabato 29 settembre 2012 alle ore 18 presso la ex Chiesa dell’Angelo in via Fanfulla 22, a Lodi, verrà inaugurata la mostra “Carte d’Arte all’Angelo”, promossa dall’Associazione Monsignor Quartieri in collaborazione con in collaborazione con il Comune di Lodi, la Provincia di Lodi e Il Foglio S.a.S.. La rassegna presenterà le incisioni di Paolo Petrò, Daniela Rosi, Giovanni Turria e Stefano Gerardi, oltre a un omaggio ad Aligi Sassu.

La mostra resterà aperta sino al 14 ottobre.

Orari di apertura: da martedì a venerdì 16-19, dabato e festivi 10-12.30 e 16-19.

Carte d'Arte all'Angelo, il biglietto d'invito

Carte d’Arte all’Angelo, il biglietto d’invito

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29 September 2012   Comments Off on Carte d’Arte all’Angelo

Il profilo storico: Adolfo Hohenstein

di Luca Ceccarelli

Pietroburgo, Vienna, Milano: in questo itinerario europeo in tre tappe da Oriente a Occidente si compendiano i primi anni della vita di Adolfo Hohenstein, che nella capitale dell’Impero degli Zar nacque nel 1854 da genitori tedeschi (il padre Julius era un ingegnere forestale, ed era stato chiamato in Russia per lavoro). Vienna come città dell’infanzia e dell’adolescenza: trasferitosi lì con i genitori, il giovanissimo Adolfo trascorse la fanciullezza in collegio e ricevette la sua formazione artistica presso l’Accademia di Belle Arti di Vienna[1]. Milano come luogo degli esordi di Hohenstein come illustratore: giuntovi nel 1879, divenne disegnatore di costumi teatrali per il Teatro alla Scala. Di questi anni è un manifesto sulla Famiglia Artistica Milanese, e un altro sull’Indisposizione di Belle Arti, una mostra che si contrapponeva in tono scherzoso all’Esposizione di Belle Arti di Milano. Ma l’itinerario di vita del giovane Adolfo subirà una nuova diversione verso l’Oriente più lontano: di lì a poco l’artista parte da Milano per andare a lavorare in Siam (a quell’epoca l’unico stato indipendente del Sud Est asiatico) e qui, stando a testimonianze indirette, avrebbe dipinto palazzi della nobiltà locale e disegnato le relative architetture interne. Secondo la testimonianza di una rivista d’epoca, Hohenstein avrebbe eseguito laggiù diversi ritratti, tra cui quello dello stesso Re del Siam.

Manifesto di Adolfo Hohenstein per Birra Italia

Manifesto di Adolfo Hohenstein per Birra Italia

Manifesto di Adolfo Hohenstein per 'Il Resto del Carlino'

Manifesto di Adolfo Hohenstein per 'Il Resto del Carlino'

Manifesto di Adolfo Hohenstein per 'Il Corriere della Sera'

Manifesto di Adolfo Hohenstein per il 'Corriere della Sera'

All’inizio degli anni Ottanta dell’Ottocento l’artista tornò a Milano, dove andò a lavorare per la casa editrice Ricordi. A quel tempo Giulio Ricordi era una figura di mecenate tutta particolare: con lui la casa editrice non si limita a produrre locandine e manifesti per conto delle direzioni dei teatri che commissionavano agli artisti le opere da comporre, ma si fa a sua volta impresario e commissiona in prima persona ai compositori delle opere da comporre. Non minore importanza assume tuttavia la promozione delle opere, e per questo motivo Ricordi tiene ad avere con sé dei giovani talenti, assumendo l’ancora giovane Hohenstein e affidandogli, a partire dal 1889, il ruolo di un moderno art director.  La promozione pubblicitaria deve essere estremamente curata.

La pubblicità a quel tempo è soprattutto cartacea, e comprende diverse formule: il manifesto che si affigge in strada, la locandina da interni, la cartolina pubblicitaria, e anche le copertine per gli spartiti e per i libretti. Di questo periodo è la più copiosa produzione hohensteiniana di locandine per melodrammi e manifesti, ma anche per cartoline pubblicitarie e copertine di spartiti e libretti d’opera.  Grazie al suo talento e al grande impegno profuso in questi anni per la Ricordi, egli diverrà un maestro per i giovani illustratori che approdavano in questi anni alla casa editrice, tra cui sono da segnalarsi almeno Leopoldo Metlicovitz e Marcello Dudovich, che saranno a loro volta illustratori di grande successo e di grande talento. Ma il contratto con Giulio Ricordi, di cui non conosciamo i dettagli, non vincola l’artista, che viene lasciato libero di produrre occasionalmente anche per altre case editrici: Doyen di Torino, Simondetti di Genova, Chappuis di Bologna.

Manifesto di Adolfo Hohenstein per la Germania

Manifesto di Adolfo Hohenstein per la Germania

Manifesto di Adolfo Hohenstein per l'Esposizione sull'igiene

Manifesto di Adolfo Hohenstein per l'Esposizione sull'igiene - Napoli, 1900

Manifesto di Adolfo Hohenstein per 'Iris' di Pietro Mascagni

Manifesto di Adolfo Hohenstein per 'Iris' di Pietro Mascagni

La produzione grafica di Hohenstein è comunque da circoscrivere nell’ambito di poco più di un ventennio, dal primo arrivo a Milano nel 1879 fino a quando lasciò definitivamente l’Italia, assurto a un prestigio di artista “laureato”. Tuttavia restò sempre molto legato affettivamente all’Italia, e in particolare alla casa editrice Ricordi e al suo proprietario e fondatore, come attestato da lettere e biglietti di epoca molto successiva.

Tra la vasta produzione di Hohenstein si annovera anche una produzione come illustratore di giornali musicali. Nel 1893, in occasione della messa in scena del Falstaff, l’ultima opera lirica prodotta da Giuseppe Verdi, l’artista ebbe l’incarico di curare per la Gazzetta Musicale di Milano, edita dallo stesso editore Ricordi, le illustrazioni di un articolo che raccontava le prove: tredici acquerelli che ritraggono il compositore, gli artisti, le scene e i costumi [2].

Gran parte della produzione grafica di Hohenstein in questo ventennio è strettamente legata alla produzione melodrammatica. Particolarmente importante risulta a tale riguardo il sodalizio stabilito da Hohenstein con Giacomo Puccini, iniziato nel 1884 lavorando come scenografo per Le Villi e proseguito per un ventennio fino alla Madame Butterfly del 1904, con scenografie, costumi, libretti, manifesti e locandine. Di questo periodo sono anche numerose illustrazioni per medaglie, che sono però andate quasi tutte perdute.

Con l’inizio del nuovo secolo l’artista, che ha ormai acquisito una certa popolarità, partecipa sempre più spesso a concorsi a premio per manifesti pubblicitari dedicati a varie commemorazioni ed eventi promozionali, e ne vince un buon numero. Nel 1900 ottiene il primo premio il suo manifesto per l’Esposizione d’Igiene a Napoli e quello per il Centenario della pila di Volta, nel 1901 si aggiudica il primo premio per la serie di cartoline dedicate all’Esposizione Internazionale di Milano, nel 1903 la rivista «Emporium» pubblica il manifesto che Hohenstein ha realizzato per l’Esposizione del Sempione.

Nel novembre del 1903 Hohenstein sposa Katharina Plaskuda, una vedova tedesca madre di tre figli, e le sue apparizioni in Italia si fanno sempre più sporadiche. Gli ultimi successi artistici italiani di Hohenstein come cartellonista sono la vittoria al concorso per il manifesto sul traforo del Sempione nel 1906 e, nello stesso anno, il cartellone dedicato alla Birra Italia, «quasi un gemellaggio fra un prodotto tedesco per antonomasia e la sua patria adottiva»[3]. Nel frattempo l’artista ha già lasciato definitivamente l’Italia per andare a vivere con la moglie prima a Bonn, poi a Düsseldorf e poi nuovamente a Bonn. In questi anni le illustrazioni per i manifesti si fanno sempre più rare, surclassate dall’attività di pittore e dal lavoro, già praticato agli esordi della carriera, di decoratore di edifici. Hohenstein morirà a Bonn nel 1928.

Manifesto di Adolfo Hohenstein per la 'Madama Butterfly' di Giacomo Puccini

Manifesto di Adolfo Hohenstein per la 'Madama Butterfly' di Giacomo Puccini

Manifesto di Adolfo Hohenstein per il Salone Nautico di Monaco

Manifesto di Adolfo Hohenstein per il Salone Nautico di Monaco

Manifesto di Adolfo Hohenstein per il Concorso Internazionale di Tiro al Piccione di Monte Carlo

Manifesto di Adolfo Hohenstein per il Concorso Internazionale di Tiro al Piccione di Monte Carlo

Interessante, e indubbiamente paradossale, è che proprio la produzione artistica di Hohenstein che si pensava destinata a durare nel tempo, come i quadri e le decorazioni di interni, è ormai da lungo tempo persa o irrintracciabile (gli edifici da lui decorati sono andati distrutti, non di rado colpiti dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale), mentre le illustrazioni per i manifesti e le locandine, che avevano uno scopo pubblicitario, sono ancora ampiamente conservati.

«Il nome può dire poco ma il suo biglietto da visita apre la memoria anche dei più giovani: i due uomini seduti al tavolino mentre devono il Bitter Campari o il frate con il cane San Bernardo del Cordial o la splendida Tosca sono negli occhi di tutti», osserva Maria Pia Ferraris Castelli, anche se la fama di Hohenstein è oggi oscurata da quella di altri artisti che pure gli furono allievi. «I quadri sono andati perduti o se ne è persa la traccia, i manifesti nati per un’apparizione fugace sono giunti sino a noi a testimoniare un’epoca, un gusto, un’inventiva, la creatività di un artista che ha fatto la storia del cartellone in Italia, anche se, come spesso accade ai maestri, per il vasto pubblico è stato forse superato in fama dagli allievi ora a lui più noti quali Dudovich e Metlicovitz, restando una celebrità solo per gli intenditori del settore.»[4]

Nando Salce, collezionista di manifesti dell’epoca, raccolse appassionatamente i prodotti di Hohenstein, buona parte dei quali sono conservati nell’Archivio Salce di Treviso, cosicché oggi di Hohenstein ci restano, paradossalmente, produzioni non certo pensate per essere immortali. Un censimento completo della sua produzione è peraltro complicato dal fatto che in molti casi la sua firma si limita alla sigla AH, e in altri casi non firmava affatto, come nel caso dei figurini teatrali [5].

Manifesto di Adolfo Hohenstein per la prima esposizione di arte italo-bizantina, Roma, 1905

Manifesto di Adolfo Hohenstein per la prima esposizione di arte italo-bizantina, Roma, 1905

Manifestazione di Adolfo Hohenstein per le 'Onoranze a Volta nel centenario della pila' - Como, 1899

Manifestazione di Adolfo Hohenstein per le 'Onoranze a Volta nel centenario della pila' - Como, 1899

Le prime produzioni grafiche, pur essendo già notevoli, sono ancora improntate al realismo, nel tratto, nei colori vivaci e negli effetti di luci e ombre. Via via che si susseguono i manifesti e le locandine daranno luogo a una grafica più raffinata, che assorbe in profondità le linee e l’immaginario dell’Art Nouveau allora in voga, con un’evidente affinità con l’opera di Alfons Mucha, pittore moravo contemporaneo di Hohenstein, e autore anche lui di numerosi cartelloni pubblicitari. Questa progressiva evoluzione si evince dal confronto tra il manifesto pubblicitario per il Corriere della Sera del 1898 e quello del 1914 per il Resto del Carlino.

Nel complesso le cartoline illustrate di Hohenstein, che sono in generale di soggetto operistico (vale la pena segnalare la serie di dodici cartoline postali realizzate per metà da Hohenstein e per metà da Mataloni a illustrare le scene salienti della Iris di Pietro Mascagni) vengono vendute a prezzi abbastanza abbordabili: dai 10 ai 20 euro, come possiamo vedere da recenti aste su E-Bay, e solo in rari casi a prezzi più alti.

Per quanto riguarda i manifesti, occorre tenere presente la differenza che passa tra gli originali e le riproduzioni da originale che sono state effettuate in epoca successiva. Come può essere rilevato dal sito www.allposters.it, un sito italiano di commercio on line di poster, il poster-locandina sull’esposizione di Monaco viene venduto a 14,90 euro, il poster-locandina in francese sulla Bohème di Giacomo Puccini è venduto a 103,90 euro.  Quello in italiano, in stampa artistica è venduto a 27,50 euro.

La Bolaffi, rinomata casa torinese di filatelia e numismatica che da qualche anno a questa parte ha aperto anche ai poster, ci ha comunicato alcuni realizzi dei poster di Hohenstein in aste che si sono tenute negli ultimi due anni (in questo caso parliamo di originali). Nel maggio 2008 un poster sulla Bohème di Giacomo Puccini è stato assegnato a 8.500 euro; nel dicembre dello stesso anno un poster pubblicitario sui Fiammiferi senza fosforo del Dottor Crateri è stato assegnato a 3.000 euro. Diversi realizzi sono stati conseguiti su Hohnestein nell’asta del dicembre 2009: 900 euro per il manifesto sulla Germania; 1500 euro per il Vino Vermouth Cinzano; 1800 euro per la Cassa Nazionale Mutua Cooperativa per le pensioni e altrettanto per le Forniture elettriche Cesare Urtis; 2200 euro per il manifesto su Montecarlo. Tiro al piccione; 2400 euro per il Cordial Campari; 2900 euro per la IV Esposizione Triennale di Belle Arti di Milano. Non si tratta certo di cifre disprezzabili, specialmente tenendo conto dell’incidenza piuttosto rilevante della crisi economica sulle aste.

Cenni bibliografici

La bibliografia su Hohenstein non è molto ricca. Molto più smilza, comunque, di quelle riservate ad altri cartellonisti a lui contemporanei o di poco successivi. Segnaleremo comunque, rispettando il più possibile l’ordine cronologico, i testi che possono essere di qualche interesse al riguardo, anche per via indiretta.

Testimonianze storiche di un certo interesse, anche se ormai un po’ invecchiate, su Adolfo Hohenstein sono gli interventi di Vittorio Pica:

  • Attraverso gli albi e le cartelle. VI, I cartelloni illustrati in Scandinavia, Russia, Germania, Austria-Ungheria, Spagna ed Italia in «Emporium», V, 27, marzo 1897, pp. 208-232.
  • Taccuino dell’amatore di stampe in «Emporium», XV, 61, gennaio 1900.

Di qualche interesse, anche se non specificamente dedicata a Hohenstein, può essere la retrospettiva di Felice Cunsolo La pubblicità italiana, Milano, Gorlich, 1955.

Per un approfondimento sui rapporti tra Hohenstein e la casa editrice Ricordi si può consultare il volume di Claudio Sartori 1808-1958: Casa Ricordi, itinerario grafico-editoriale, Milano, Ricordi, 1958.

Per una trattazione di carattere storico sui manifesti pubblicitari si veda Dino Villani, Storia del manifesto pubblicitario, Milano, Omnia, 1964.

In particolare sui manifesti della Collezione Salce si veda Luigi Menegazzi, Manifesti Salce (1882-1925), Milano, Electa, 1974.

Sulla produzione artistica Liberty, sempre preziosa la monografia (già altre volte da noi citata) di Rossana Bossaglia Il Liberty in Italia, uscita per la prima volta nel 1968 per i tipi de Il Saggiatore e più volte ristampata fino alla più recente edizione del 1997 pubblicata da Charta, Milano.

Ancora sul liberty ricordiamo il testo di Eleonora Bairati e Daniele Riva, Il Liberty in Italia, Roma-Bari, Laterza, 1985.

Sul Liberty in rapporto alla produzione di Hohenstein si veda Vanja Strukelj, I tempi del Liberty ed il realismo di Adolfo Hohenstein, in Aa. Vv., Atti del Convegno tenuto a Gorizia dal 27 al 30 settembre 1975 su La pittura nella Mitteleuropa, Gorizia 1980, pp. 127-136.

Per un approfondimento sulla cartolina Art Nouveau si rimanda al testo di Giovanni Fanelli ed Ezio Godoli La cartolina Art Nouveau, Firenze, Giunti 1985.

Gli stessi Fanelli e Godoli hanno pubblicato nel 1990, per le edizioni Cantini, Firenze, un Dizionario degli illustratori simbolisti e Art Nouveau, comprendente anche una voce dedicata a Hohenstein.

Negli anni Novanta sono apparse altre due opere degne di menzione.

Una è la raccolta degli scritti di Vittorio Pica con il titolo Il Manifesto. Arte e comunicazione nelle origini della pubblicità, a cura di Mariantonietta Picone Petrusa, con postfazione di Alberto Abruzzese, Napoli, Liguori, 1994.

La seconda è la monografia dedicata alla figura di Nando Salce di T. Basso e A. Cason, Signor Salce. Un collezionista di manifesti, la sua città, la sua raccolta, Treviso, Celio Libri, 1997.

Per una trattazione panoramica ma almeno di primo acchito  esauriente sulla figura di Hohenstein e un repertorio di illustrazioni della sua produzione segnaliamo il sito:  http://max46ma.altervista.org/manifesti.html, alla voce dedicata a Hohenstein.

Diverse sono state nel corso del Secondo Novecento le mostre dedicate in Italia al Liberty e all’Art Nouveau, in cui ha trovato spazio anche Hohenstein. Ci limitiamo a citare qui i cataloghi delle più recenti:

Momenti del Liberty in Italia, catalogo della mostra a Correggio, 1986-1987 a cura di Franco Solmi, Casalecchio sul Reno (Bologna), Grafis, 1986.

Italia che cambia attraverso i manifesti della raccolta Salce, catalogo della mostra di Milano del 1989 a cura di Pepa Sparti, Firenze, Artifizio, 1989.

Lumi di progresso. Comunicazione e persuasione alle origini della cartellonistica italiana, catalogo della mostra tenuta presso il Museo Civico di Treviso «L. Bailo», a cura di Alberto Abruzzese e Simona De Iulio, Treviso, Canova, 1996.

Un anno di pubblicità. Calendari, catalogo della mostra tenuta a Treviso a Palazzo Scotti dal 5 ottobre al 1 dicembre 1996, a cura di Lucio Scardino ed Eugenio Manzato, Treviso, Treviso, Canova, 1996.

Il Liberty in Italia, catalogo della mostra di Roma del 2001 a cura di Fabio Benzi,  Milano, Motta, 2001.

Marcello Dudovich. Oltre il manifesto, catalogo della mostra tenuta a Trieste al Museo Rivoltella dal 19 dicembre 2002 al 30 aprile 2003 a cura di Roberto Curci, con presentazione di Decio Gioseffi e una nota aggiuntiva di Vanja Strukelj, Milano, Charta, 2002.

Un pioniere del manifesto. Adolfo Hohenstein, 1854-1928, catalogo della mostra tenuta a Palazzo Giacomelli a Treviso dal 25 gennaio al 25 aprile 2003, a cura di Eugenio Manzato, Edizioni Iniziative Un industria, Treviso, 2003. Quest’ultima è la prima mostra dedicata in modo specifico e completo a Hohenstein.

[1] Le notizie principali sulla sua primissima attività artistica le ricaviamo da articoli di giornale che apparvero in occasione della sua morte, che ci attestano che «Vienna e i suoi dintorni diventano a poco a poco i soggetti preferiti con cui esercitarsi e fare propri gli insegnamenti di “un ben noto maestro”, rimasto a noi sconosciuto, arricchendoli con una preparazione personale e autonoma. I giornali, che alla sua morte ne cureranno il profilo biografico e artistico, sottolineeranno che “iimpresse il proprio gusto artistico in numerose belle raccolte di Vienna e della Bassa Austria» (M. P. Ferraris Castelli, A. Hohenstein. Una vita svelata, in Aa. Vv., Un pioniere del manifesto. Adolf Hohenstein 1854-1928, Treviso, 2003  p. 15.)

[2] Sul lavoro di Adolfo Hohenstein come illustratore per il melodramma si veda Vanja Strukelj, Adolfo Hohenstein. Fonti e modelli del cartellonismo italiano in Un pioniere del manifesto: Adolfo Hohenstein, cit., pp. 25-27.

[3] Un pioniere del manifesto. Adolfo Hohenstein, cit., p. 14.

[4] Ibid., p. 14.

[5] Sui rapporti tra Hohenstein e Salce si veda tra gli altri Eugenio Manzato, Hohenstein e Salce, in Un pioniere del manifesto. A. Hohenstein, cit., pp. 37-41.

Ringraziamo il sito Arte Liberty per aver concesso la riproduzione delle immagini a corredo dell’articolo.

11 April 2010   Comments Off on Il profilo storico: Adolfo Hohenstein

Jacovitti e Pinocchio

Articolo di Luca Ceccarelli

Le avventure di Pinocchio sono state da sempre fonte di stimolo creativo per la produzione di illustrazioni, specialmente per la produzione di cicli a corredo delle varie edizioni del romanzo. Non solo perché, trattandosi di un romanzo destinato principalmente ai fanciulli, è più suscettibile di essere illustrato per la pubblicazione, ma anche perché è la stessa fervida fantasia collodiana a fornire una molteplicità di situazioni che offrono il destro alla creatività degli illustratori.

Già la  prima edizione de Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino, apparsa a puntate sul «Giornale per i Bambini» ebbe una parte dei capitoli corredata dai disegni di Ugo Fleres, e la prima edizione in volume dell’opera di Carlo Collodi (pseudonimo dello scrittore di libri per ragazzi Carlo Lorenzini) pubblicato nel 1883 dalla Libreria Editrice Felice Paggi di Firenze, venne accompagnata da una serie di disegni di Enrico Mazzanti.

Lo stesso avvenne anche per le successive, come quella del 1901 le cui illustrazioni furono prodotte dal pittore Carlo Chiostri e quella del 1911 per l’editore Bemporad, le cui illustrazioni vennero eseguite da Attilio Mussino. Numerosi altri illustratori e incisori si cimentarono con le illustrazioni del romanzo, che godette di un’immensa fortuna editoriale, apprezzato non solo tra i più giovani. C’è da riconoscere tuttavia che le fatiche di questi illustratori approdarono a risultati piuttosto discontinui.

Nel caso di Ugo Fleres ed Enrico Mazzanti, si tratta di disegni a matita che appaiono spesso  alquanto frettolosi, più schizzi che opere finite. Più maturi e graziosi il ciclo di disegni a matita realizzato da Carlo Chiostri e il ciclo di acquerelli realizzato nel 1910 da Attilio Mussino, ma in entrambi i casi non siamo molto al di sopra delle illustrazioni delle stampe popolari.

Si distinguono negli anni successivi alcuni altri illustratori di Pinocchio: di particolare vivacità e allegria i disegni in bianco e nero del 1921 di Sergio Tofano, per l’edizione della Libreria Editrice Milano (Tofano aveva  creato il Signor Bonaventura per il Corriere dei Piccoli); l’edizione di Beppe Porcheddu del 1941 per la Paravia; di Vsevolod Nicoline per la Italgeo Editrice nel 1944; i disegni che vennero realizzati da Walt Disney non a corredo di un’edizione del romanzo, ma per il discusso film animato che uscì negli USA nel 1940.

È vero che nella pellicola molte sono le modifiche della trama rispetto all’opera letteraria, e che spesso la storia scade in un sentimentalismo poco consono allo spirito del romanzo, ma d’altra parte il Pinocchio di Disney è uno dei primi a uscire con decisione dal cliché del pupazzo di legno rigido e allampanato.

È un Pinocchio pieno di vita, che canta, balla, piange, salta, e non meno vitali sono altri personaggi, a cominciare dal Gatto e dalla Volpe,  illustrati come due divertenti bricconi. L’edizione italiana del film uscirà nel 1947, e per tutti gli anni ’50 e in parte anche in seguito i cicli di illustrazioni del romanzo di Collodi saranno influenzate dal disneysmo: un cromatismo vivace, con prevalenza del rosso, dell’azzurro e del verde, un Pinocchio che somiglia più a un grazioso ragazzo dei suoi tempi che a un burattino, paesaggi che tendono a perdere del tutto la patina popolaresca delle prime serie di illustrazioni per somigliare a quelli delle fiabe dei film di Disney.

Una prima parziale eccezione è costituita dalle serie di illustrazioni prodotte per il romanzo di Collodi da uno degli illustratori più amati e apprezzati in Italia, quel Franco Benito Jacovitti che è stato definito il Brueghel del fumetto, e che inventò numerosi personaggi che restano ancora nella memoria degli italiani (e non solo, perché le sue opere hanno fatto il giro del mondo).

Un aspetto forse non molto noto della produzione di Jacovitti riguarda la sua attività di illustratore di opere narrative per ragazzi. Tra di esse ricordiamo Il flauto magico, famosa fiaba dei Fratelli Grimm pubblicata dalla Editrice La Scuola nel 1946, Gli incantesimi del Mago Pampus di Lina Guerrini pubblicato dalle edizioni AVE nel 1947, Alice nel paese delle meraviglie, il capolavoro di Lewis Carroll, di cui Jacovitti illustrò l’edizione dell’Editrice La Scuola nel 1954.

Tuttavia, mentre alle opere suddette Jacovitti si dedicò una sola volta senza più ritornarci sopra, il rapporto con Le avventure di Pinocchio, di cui era un appassionato ammiratore, lo ha accompagnato nel corso dei decenni,  spingendolo a occuparsene  per ben tre volte.

La prima volta che Jacovitti illustrò Le avventure di Pinocchio fu tra il 1942 e il 1943.   Aveva appena vent’anni, ma già una lunga pratica del disegno che si era affinata negli anni dell’adolescenza con la frequentazione del liceo artistico e poi nelle prime collaborazioni con il settimanale cattolico per ragazzi Il Vittorioso, con cui l’artista collaborava già dal 1939.

Su richiesta di Vittorino Chizzolini, pedagogo ed esponente bresciano dell’Azione Cattolica che lavorava per l’Editrice La Scuola, il giovane illustratore molisano disegnò per questa prima edizione novanta tavole a tecnica mista, per lo più china o matita su carta sottile. Una quindicina di queste tavole furono poi colorate dall’illustratore bresciano Aristide Longato, che si attenne a un cromatismo sfumato secondo il gusto del tempo. Le illustrazioni a corredo del romanzo furono pubblicate per la prima volta dall’Editrice La Scuola di Brescia nel 1945, con numerose ristampe nel corso dei decenni successivi.

Benito Jacovitti. Illustrazione della prima edizione delle Avventure di Pin

Benito Jacovitti. Illustrazione della 1a ed. delle Avventure di Pinocchio.

Benito Jacovitti. Illustrazione della 1a ed. delle Avventure di Pinocchio

Benito Jacovitti. Illustrazione della 1a ed. delle Avventure di Pinocchio.

Benito Jacovitti. Illustrazione della 1a ed. delle Avventure di Pinocchio

Benito Jacovitti. Illustrazione della 1a ed. delle Avventure di Pinocchio.

Benito Jacovitti. Illustrazione della 1a ed. delle Avventure di Pinocchio

Benito Jacovitti. Illustrazione della 1a ed. delle Avventure di Pinocchio.

Siamo ancora lontani dallo Jacovitti dei salami, dei personaggi dai colori vivaci e dalle proporzioni smisurate e surreali, ma il tratto è già fermo e sicuro, e il dinamismo e le caratterizzazioni dei personaggi sono molto originali, grazie anche, con ogni probabilità, in primo luogo dalla tradizione del fumetto con cui l’autore aveva larga confidenza e in cui si stava già cimentando in prima persona.

Non molto più tardi, mentre l’edizione di Pinocchio dell’Editrice La Scuola era ancora in attesa di pubblicazione l’artista, che a causa dello scoppio della Seconda guerra mondiale e dei bombardamenti era sfollato a Firenze, realizzò una versione a fumetti della storia di Pinocchio, che apparirà a puntate sul Vittorioso. Qui, dal 22 dicembre 1946 al 13 luglio del 1947 venne pubblicata una nuova serie illustrata da Jacovitti sulle Avventure di Pinocchio, che non è un fumetto a tutti gli effetti (come quello realizzato da Giovanni Manca nel 1967) ma un’abbondante serie di illustrazioni accompagnate da didascalie a margine con passi del romanzo, che del fumetto possiede tuttavia il piglio: rispetto alle  illustrazioni per il romanzo ci sono in questa nuova produzione più dinamismo e più verve, e una componente di ironia più accentuata. Anche il secondo Pinocchio di Jacovitti incontrerà un vasto apprezzamento: ne sarà pubblicata una ristampa nell’Albo “Il Giraffone” nel 1950, un’altra per il Festival Jacovitti del 1961, un’altra per gli Oscar Mondadori nel 1972, e una quarta per l’Albo dell’Editore Conti nel 1976.

Benito Jacovitti. Pinocchio pubblicato come fumetto su "Il Vittorioso".

Benito Jacovitti. Pinocchio pubblicato come fumetto su "Il Vittorioso".

Benito Jacovitti. Pinocchio pubblicato come fumetto su "Il Vittorioso".

Benito Jacovitti. Pinocchio pubblicato come fumetto su "Il Vittorioso".

Benito Jacovitti. Pinocchio pubblicato come fumetto su "Il Vittorioso".

Benito Jacovitti. Pinocchio pubblicato come fumetto su "Il Vittorioso".

Benito Jacovitti. Pinocchio pubblicato come fumetto su "Il Vittorioso".

Benito Jacovitti. Pinocchio pubblicato come fumetto su "Il Vittorioso".

[La scansione delle immagini in questo caso non è di qualità eccelsa poiché ho dovuto ricorrere all’edizione pocket degli Oscar Mondadori del 1972 (n.d.a.)]

Una seconda volta a distanza di anni Jacovitti produsse delle illustrazioni nuove di zecca per il romanzo di Collodi, per l’editrice AVE nel 1964, disegnate a china e pennino (è noto che l’autore non volle mai, per tutta la vita, servirsi del “rapidograph”) e colorate all’acquerello. Di questa seconda serie vennero realizzate quattro ristampe nei decenni successivi, dal 1969 fino al 1983 a opera dei Fratelli Spada, e successivamente numerose altre a opera della casa editrice Stampa Alternativa / Nuovi Equilibri.

Benito Jacobvitti. Il Pinocchio realizzato per l'editrice AVE nel 1964.

Benito Jacovitti. Il Pinocchio realizzato per l'editrice AVE nel 1964.

Benito Jacovitti. Il Pinocchio realizzato per l'editrice AVE nel 1964.

Benito Jacovitti. Il Pinocchio realizzato per l'editrice AVE nel 1964.

Benito Jacovitti. Il Pinocchio realizzato per l'editrice AVE nel 1964.

Benito Jacovitti. Il Pinocchio realizzato per l'editrice AVE nel 1964.

Benito Jacovitti. Il Pinocchio realizzato per l'editrice AVE nel 1964.

Benito Jacovitti. Il Pinocchio realizzato per l'editrice AVE nel 1964.

Benito Jacovitti. Il Pinocchio realizzato per l'editrice AVE nel 1964.

Benito Jacovitti. Il Pinocchio realizzato per l'editrice AVE nel 1964.

Tra la prima e la seconda versione c’è una fondamentale differenza di tratto, colori, movimento. Il Pinocchio della versione del 1964 è un fratello minore degli altri personaggi che erano usciti dall’estro di Jacovitti in quel ventennio, tra cui il celeberrimo Cocco Bill e i personaggi del DiarioVitt. In questo secondo Pinocchio la cesura rispetto al disneysmo imperante negli anni precedenti è più marcata: c’è, in comune con quello di Disney, il dinamismo e la scioltezza, assai diverse dalla rigidità che aveva caratterizzato il Pinocchio di numerosi illustratori precedenti, ma è, al pari dei personaggi dei fumetti di Jacovitti, spigoloso e canagliesco al punto giusto, senza quell’espressione bamboleggiante e quelle linee tremule che marcavano il Pinocchio di Disney.

In secondo luogo, per questo nuovo Pinocchio Jacovitti inventa un paesaggio più attuale e più consono alla poetica di Collodi. Non nel senso di una reinvenzione della Toscana ottocentesca e popolana di quel tempo, ma all’insegna di una collocazione di Pinocchio nell’Italia popolana e ancora in gran parte contadina del secondo dopoguerra: quella dei film con Totò e Peppino, di Lascia o raddoppia, del Festival di San Remo, delle «adunate degli alpini, i campionati di calcio, le sagre paesane (…) le Fiere della Pro Loco e quelle del Santo Patrono, le madonne piangenti, i pellegrinaggi in nome di nobili ideali, i comizi elettorali, le cosche mafiose, i gelatai con il triciclo, gli organetti di Barberia»[1]. L’Italia che già nei precedenti fumetti Jacovitti aveva immortalato da par suo: in ogni tavola compare un salame, con cui l’autore usava firmare le sue opere, oppure un riferimento che allude ai salami. Il Gatto e la Volpe sono raffigurati come due gangster con gli occhiali scuri e un grosso sigaro in bocca. La Fata Turchina è raffigurata perfidamente in modo tale da somigliare, che più che a una fata, a una petulante beghina. L’abecedario che Geppetto acquista per Pinocchio porta sul frontespizio la firma di Alberto Manzi, il maestro che negli anni ’60 conduceva la trasmissione Non è mai troppo tardi. Molti piccoli tradimenti, che nel complesso non tradiscono lo spirito originario del romanzo, che viene anzi completamente rivitalizzato da questa serie di tavole.

Bibliografia:

Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi con illustrazioni di Jacovitti sono state pubblicate dall’Editrice La Scuola di Brescia nel 1945. Numerose altre edizioni ne sono uscite negli anni successivi, praticamente senza interruzione, se consideriamo che l’ultima edizione risale al 2002.

L’edizione a fumetti de Le avventure di Pinocchio illustrata da Jacovitti (in realtà una riduzione del romanzo a base di illustrazioni e didascalie) uscì sul settimanale «Il Vittorioso» dal 22 dicembre 1946 al 13 luglio 1947. La serie fu successivamente ripubblicata negli «Albi del Vittorioso», Serie “Il Giraffone”, n. 24, dicembre 1950, poi in volume in occasione del Festival Jacovitti del 1961 (un’edizione ormai difficilmente reperibile), e ancora per gli Oscar Mondadori con il titolo Pinocchio illustrato da Jacovitti con introduzione di Franco Cavallone, con varie ristampe, e nel 1976 con il titolo Pinocchio nella collana «Albi dell’avventura» dell’editore Conti.

La seconda serie di illustrazioni del romanzo curate da Jacovitti apparve nell’edizione curata dall’editrice AVE nel 1964. Nuove edizioni ne uscirono a cura dei Fratelli Spada dal 1969 al 1983, successivamente ne uscirono altre a partire dal 1992 a cura dell’editrice Stampa Alternativa/Nuovi Equilibri di Viterbo.

La bibliografia critica non è molto abbondante: da segnalare l’introduzione curata da Franco Cavallone per l’edizione a fumetti per gli Oscar Mondadori nel 1972. Da segnalare ancora, anche per una panoramica più generale, sebbene sintetica, sulle illustrazioni di Pinocchio, il volume Pinocchio e la sua immagine, di Andrea Rauch e Valentino Baldacci, pubblicato dall’editore Giunti Marzocco di Firenze nel 1981, con una nuova edizione accresciuta dello stesso editore nel 2006 (con saggio introduttivo di Antonio Faeti). Da segnalare infine, per una panoramica sulle illustrazioni nei libri per ragazzi, ‘immagine nel libro per ragazzi, di Piero Zanotto, e in particolare il capitolo su illustratori di Collodi in Italia e nel mondo, pubblicato a cura dell’Assessorato alla Cultura di Trento nel 1977.

1 – Antonio Faeti, La corsa del briccone, saggio introduttivo a Pinocchio e la sua immagine, Giunti, Firenze, 2006, pag. 12.

3 October 2009   Comments Off on Jacovitti e Pinocchio

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