Diario di viaggio
Dal Salon du Livre ancien et de l’Estampe 2008
di Paolo Petrò
Il bresciano Paolo Petrò è stato uno degli artisti che hanno potuto esporre le proprie opere al Salone del libro antico e delle stampe di Parigi (vedi notizia). Gli abbiamo chiesto di raccontarci le sue impressioni. Egli, con molta cortesia e disponibilità, ha accettato. Di seguito vi proponiamo il testo. (ndr)
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Quando, dopo centinaia di chilometri di capannoni industriali, sbuchi in Francia, già qualcosa nel tuo umore cambia, sia che sbuchi al sud o che sbuchi al nord.
A nord il paesaggio si estende come su di una spiaggia il mare, l’orizzonte è a 180° con le nuvole bianche sul cielo blu; nei campi, in questo periodo, la colza gialla crea scacchiere indescrivibili.
Anche quando si arriva a Parigi, l’impressione è la stessa: un caos ordinato, una città che – come disse Calvino – si consulta come un’enciclopedia; ad apertura di pagina ti dà tutta una serie di informazioni, di ricchezza, come nessun’altra città.
Il Grand Palais fu edificato nel 1900, in occasione dell’Esposizione Universale. È costituito da un’interminabile copertura di vetro, sostenuta da una struttura “eiffeliana” di tralicci metallici, impreziositi da decorazioni a ricciolo in stile Art Nouveau.
Il Salone del libro antico e delle stampe (Salon du Livre ancien et de l’Estampe) ha riempito, con i suoi padiglioni, tutto lo spazio disponibile. Un codice a colori delimitava i due settori: quello dedicato al libro antico aveva la moquette rossa, quello dedicato alle stampe ce l’aveva verde.
Non c’erano altre compartimentazioni di rilievo tra un aspetto e l’altro, dai libri miniati del medioevo a quelli illustrati da grandi artisti, ai libri d’arte contemporanei, come da Rembrandt a Piranesi a Warhol a Wasselman.
Erano presenti espositori da tutte le parti del mondo.
Certamente i francesi l’hanno fatta da protagonisti; ma erano rappresentati anche gli USA, il Regno Unito, molti altri stati, sia dell’Unione Europea che extra comunitari. Tra gli italiani, la galleria Bellinzona di Milano e la galleria del Leone (che mi ospitava) la quale però è di Pierre Higonnet, parigino trapiantato nella campagna romana, presente con la gentile e dolce moglie Julie. L’Italia era rappresentata da qualche espositore anche nel settore dedicato al libro.
Non c’è stata storia, nessuna possibile competizione con le opere esposte dai francesi e dai tedeschi, che – come api sul miele – agguantavano, sfogliavano opere di gran valore con una facilità naturale, forse data dalla consuetudine a questi avvenimenti.
Il pubblico, che ha affollato il salone, mi è sembrato preparato: tengo conto del fatto che l’entrata a pagamento (8 euro) operava una discriminazione a favore di chi aveva un certo interesse.
Sono stati tre giorni e mezzo di inarrestabile afflusso di pubblico, a partire dall’inaugurazione a invito del primo giorno, fino all’ultimo giorno. La gente affluiva continuamente ai padiglioni e molti, devo dire molti, uscivano con un libro o una o più stampe tra le mani.
In Italia, nelle nostre fiere d’arte, anche le più importanti, la parte dedicata alla grafica d’arte è stata esclusa completamente, come se ci si vergognasse a vendere opere in bianco e nero (ma non si tratta certo di fotocopie!). Penso che un italiano su cinque sia convinto che le incisioni siano opere prodotte meccanicamente, in tipografia; e solo la serigrafia, che è a colori, sia degna di attenzione.
Forse è per questo motivo che la grafica in Italia stia diventando di nicchia, solo per pochi cultori e intenditori: sbagliando, perché invece dovrebbe essere amata, capita e apprezzata da tutti.
Oltre a crearsi, forse, un mercato più attivo, ne guadagnerebbe il livello di sensibilità di ogni individuo. La diversa considerazione la capiamo già dai termini usati dagli uni e dagli altri: SALON e FIERA.
Questo termine, fiera, mi è sfuggito mentre io e il gallerista Higonnet discutevamo; pur vivendo lui in Italia, ed essendo abituato al termine, vi garantisco che se i suoi occhi avessero avuto i denti mi avrebbe masticato; non si può essere superficiali, perché i francesi sono molto seri su queste cose e la prova sta nel girare liberamente, senza meta, per le vie di questa città, che ha mille centri e ha mille e più occasioni per mostrarti nei suoi meandri insospettabili fondi di cultura.
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