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Notizie e opinioni sul mondo dei libri e dell'ex libris. 3 aprile 2008
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Grafica ed ex libris a Casale Monferrato

Omaggio a Pietro Parigi

di Enzo Pellai

Nell'ottica della collaborazione instaurata tra Artifex e l'Associazione Italiana Ex Libris (A.I.E.), si riporta di seguito l'articolo di Enzo Pellai, pubblicato sull'ultimo numero de "L'ex libris italiano", la rivista dell'A.I.E., con il permesso degli aventi diritto. Altre notizie su Pietro Parigi, pubblicate sul nostro sito, sono qui.

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Con ritardo, ma penso ugualmente con utilità, desidero riferire sulla mostra che il Gruppo Arte Casale, sempre trascinato dall'entusiasmo di Pio Carlo Barola e di Gianpaolo Cavalli, ha organizzato anche quest'anno [2007, N.d.R.] a Palazzo Sannazzaro, dal 9 al 25 marzo.

Alla ormai tradizionale rassegna di "Grafica ed Ex libris" avevano aderito 75 artisti stranieri ed italiani, tra i quali anche alcuni nostri associati. Contemporaneamente i promotori avevano esposto, come omaggio a Pietro Parigi, un gruppo di xilografie prestate dal Convento di Santa Croce in Firenze, dove padre Massimiliano Rosito, nel 1980, ha fondato il Museo "Pietro Parigi". È, questo, un luogo da annotare sul quaderno delle cose da vedere per chi, in visita a Firenze, ancora non avesse varcato l'uscio di quella Sacrestia e ammirato la raccolta di opere, legni, documenti, pubblicazioni, che furono donate dall'artista mentre ancora era in vita e, in seguito, da amici, oppure acquistate sul mercato.

Pietrino (così lo chiamavano gli intimi) era nato a Settimello di Calenzano nel 1892. Rimasto presto orfano di padre, si era trasferito con la madre a Firenze nel 1905, per andare subito a bottega e sopravvivere alla miseria di quei tempi. Fu avviato al lavoro di incisore e si perfezionò in disegno alla "Scuola per le Arti Decorative in Santa Croce". Era questa una apprezzata istituzione che forniva eccellenti Maestri d'Arte al famoso artigianato fiorentino. Il giovinetto era interessato non solo alla abilità riproduttiva, ma aveva in testa tante idee che voleva realizzare con gli strumenti dell'arte. Infatti, provò a plasticare con la creta dei bassorilievi e il ritratto della madre, dovendo interrompere tutto con la chiamata alle armi, che lo portò al fronte fino al 1917, quando rimase ferito alla spalla sinistra.

Da allora fu degente in vari ospedali e alla fine venne congedato, con la medaglia d'argento sul petto. Resosi conto (o forse soltanto temendo) che l'infermità alla spalla non gli permetteva più di lavorare da fine incisore in rame e argento per le botteghe fiorentine, cominciò a "grattare" il legno di testa, pur non trascurando nel tempo a venire la pittura a olio, le acqueforti, i cartelloni pubblicitari. L'occasione per farsi conoscere gli fu data dal fratello Luigi, che dal 1918 al 1923 diede vita alla rivista "La Critica Musicale", lasciando a Pietrino il compito di preparare le illustrazioni per la copertina, i capi lettera e i finalini.

Ma, ancor più decisivo per la sua formazione morale e d'artista fu l'incontro con Carlo Betocchi, Piero Bargellini e Nicola Lisi che nel 1923 fondarono il "Calendario dei Pensieri e delle Pratiche Solari" e poi, dal 1929 fino al 1940, pubblicarono la rivista letteraria cattolica "Il Frontespizio", dei quali fogli fu assiduo collaboratore nella qualità di incisore.

Fu stimato da Guido Balsamo Stella che, prima di essere trasferito a Monza, lo chiamò a insegnare incisione alla Scuola in Santa Croce, da cui se ne venne via nel 1954, quando vinse il concorso per la cattedra all'Istituto d'Arte di Perugina.

Gli editori Formiggini, Cozzani, Vallecchi e tanti altri lo incaricarono di illustrare molti libri. Lui lavorava con intensità e anche per pochi soldi, rimanendo sempre se stesso, anche se doveva rendere conto ad un committente e rimanere aderente ai testi.

Non inseguiva la ricchezza, né la gloria. La sua indole naturale era stata impastata con l'argilla di Settimello, ragione per la quale aveva avuto in dono ereditario la ricchezza degli umori popolani e la poca dimestichezza col denaro. Ricorda Bargellini: "Viveva a stento, incidendo per qualche editore che lo pagava poco, e sonando l'organo, la domenica, in qualche chiesa di campagna" ("Il Frontespizio" n. 10, ottobre 1937) .

Se qualcuno lo cercava rispondeva, ma non sgomitava per mettersi in prima fila e farsi notare da chi aveva qualche potere sugli altri. Giovanni Manco riferisce un episodio che risale al giorno in cui a Fiesole veniva inaugurata la casa-museo di Primo Conti, il pittore che occupa un posto di rilievo nella storia dell'arte fiorentina del primo Novecento. "C'erano proprio tutti: personaggi importanti nei colori sgargianti del loro diverso ruolo pubblico, col loro bisogno di carpire gli eventi, di schierarsi sul palcoscenico dei vincenti: tutti comprimari scenici di quel "monumento" vivente, uno degli ultimi sopravvissuti di quella temperie storica: il cappello a larghe tese, l'immancabile sciarpa, anch'essa una pennellata di colore, il suo porsi fiorentino, spavaldo, sicuro di sé, provocatorio, dannunziano, narcisista circondato da epigoni. Pietro Parigi era lì, ma fuori della porta, in disparte, isolato, quasi nascosto dietro un albero, la sua figura alta e magra mimetizzata col tronco. A mio fratello che gli si era avvicinato per salutarlo, dopo un rapido sguardo negli occhi, sussurrò con un filo di voce «Non ce la fò ad entrare!» E si allontanò, senza che nessuno si fosse accorto di lui." (G. M. "Pietro Parigi, pittore dell'Uno e del molteplice"). (...)

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