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Notizie e opinioni sul mondo dei libri e dell'ex libris. 10 gennaio 2007
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Intervista all'imprenditore Silvio Antiga

“La tipografia? Sogno di farne una scuola”: a Silvio Antiga la Tipoteca Italiana Fondazione non basta più

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(...) soprattutto questa a splendere nello sguardo di Antiga. Data la vitalità del desiderio di mostrare a tutti il fascino dell’arte tipografica, gli sforzi generosamente sostenuti per costruire e far funzionare la Tipoteca sono caduti in oblio. «Non potrei mai» dichiara «tenere gelosamente per me qualcosa di molto bello. È vero che ho la tempra del ricercatore, del collezionista se si vuole… ma il pensiero, e anche l’impegno di natura materiale, sono rivolti alla comunità, che non sia privata della testimonianza d’intelligenza e gusto espressa dalla tipografia italiana».


Silvio Antiga descrive il tabellone
di quaranta metri quadri comporsto da caratteri

Dietro di lui, su una parete-archivio di circa quaranta metri quadri s’affacciano sportelli contrassegnati da giganteschi caratteri. Lì dentro sono custodite casse dei “legni”; altrove si conservano i “piombi”, rimessi “in polizza”, ordinati e schedati: Neon, Triennale, Semplicità, Landi... Sono nomi familiari ai tipografi. È solo uno degli elementi del museo, che si snoda in sale a tema, officine che ospitano macchine perfettamente funzionanti (3 monotype che possono fondere il carattere), una compositoria, con casse di caratteri archiviati.

«Una ventina d'anni fa» - narra - «mi sono trovato a scegliere se eliminare tutte le nostre attrezzature o immaginare un sistema d’archiviazione efficiente. Così ho cominciato ad archiviare i nostri caratteri più belli, rimettendoli “in polizza” e riducendo molto l'ingombro delle casse». L'assortimento di lettere e segni necessario per poter stampare in quella determinata lingua, spiega, è detto “polizza”. Per poter stampare un testo è necessario avere a disposizione un certo numero di pezzi per ogni carattere: per ognuno, il numero varia a seconda della frequenza media di quel carattere nella lingua usata, dei segni speciali, degli accenti, dei corsivi, grassetti... Antiga procede a un gigantesco lavoro di classificazione, per rendersi rapidamente conto di aver visto solo la punta dell’iceberg.

Anche le macchine reclamano la salvezza dalla dismissione e l’operazione si configura anche come tentativo di ripercorrere la storia dell’editoria nazionale. «Perché lasciar rifondere i vecchi caratteri per farne pallini da caccia o permettere che quelli in legno fossero bruciati?» - si chiede - «mi sono detto che avrei potuto comprarli io! Ho viaggiato per tutto il Paese, in ogni attimo libero, ma ne è valsa la pena». Gli è stato infatti possibile ricostruire con puntigliosa completezza il panorama della tipografia italiana tra Otto e Novecento. «Tra la fine dell’Ottocento e il primo cinquantennio del ‘900» - sottolinea - «si pensava ad una “tipografia nazionale”, un ideale alimentato dalle migliori menti del settore». Il progresso, questa meraviglia: «Per 400 anni non si è usato altro che il torchio. Nel suo principio costruttivo risale a Johann Gensfleich, detto Gutenberg, ed è una pressa da stampa azionata a mano, costituita da un piano (portaforma), sul quale si posa la forma con il testo composto e chiuso da serraforme; una volta inchiostrata a mano la forma con un tampone o rullo inchiostratore, un secondo piano ("di pressione") viene abbassato sul primo a mezzo di un sistema meccanico leva-vite. Ma poi… si deve a Lord Stanhope, nel XVIII secolo, la costruzione di un torchio più “evoluto”: un dispositivo di leve fissato alla barra stessa permetteva la stampa del foglio mediante un singolo movimento della barra, velocizzando il processo. Nei magazzini del nostro museo 150 macchine attendono d’essere restaurate» - rivela - «anche se siamo riusciti a rimettere in funzione dei veri e proprio gioielli.

In Tipoteca, ospitata negli edifici dell'antico Canapificio Veneto, è documentato il significato, l'origine e lo scopo del lavoro dei progettisti italiani di caratteri italiani, dalla rivoluzione industriale ai giorni nostri: un luogo privilegiato, è un viaggio alla scoperta del (...)

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