Intervista all'imprenditore Silvio Antiga
“La tipografia? Sogno di farne una scuola”: a Silvio Antiga la Tipoteca Italiana Fondazione non basta più
dalla nostra inviata Valeria Gasperi
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Cornuda (Treviso) - Come si facevano i libri e manifesti prima dell’avvento del computer? «I ricordi che ho vivi e presenti» – ci dice Silvio Antiga – «mi riconsegnano l’immagine di stampati realizzati ancora a mano». C’era, e ancora c’è, la tecnica nella stampa ma anche molta arte: Helvetica, Times, Palatino, sono i nomi familiari dei caratteri più diffusi, ma testimoniano secoli di evoluzione del lavoro artistico di grafici e tipografi. Chi ama forsennatamente la pagina stampata - a prescindere dal procedimento di composizione – s’accorge, fin dall’ingresso nella Tipoteca Italiana Fondazione, di essere arrivato a casa.
Sivlio Antiga. Sullo sfondo, la prima sala delle macchine della Tipoteca Italiana |
Una impressione confortata da ragioni anche più stringenti dell’amore: ecco come si esprime James Mosley, professore del corso di laurea in Tipografia e comunicazione grafica nell’Università di Reading: «Nel corso delle mie visite alla Tipoteca, sono rimasto impressionato dall'importante collezione di macchine e attrezzature da stampa e dalla cura con la quale sono state restaurate al fine di renderle funzionanti». Antiga, affabilmente, minimizza. «Quando si pratica un mestiere arrivando a conoscerlo in ogni più riposto aspetto» - osserva - «ci si sente quasi in dovere di rappresentarlo e di condividerne l’interesse con altri».
La consapevolezza di Silvio Antiga inizia presto, sollecitata dall’urgenza di mettere a profitto la licenza media. Adolescente e apprendista di tipografia a un tempo, è trascinato da un’indole duttile, di esploratore, che gli rende gradito il linguaggio matematico fino ad allora precluso («…ma forse dipendeva dall’insegnante»). Giustezze, calcoli, chiusure matematiche…, un mondo dischiuso al suo sguardo sognante, che in un attimo assorbe la necessità del rigore in funzione della bellezza. «E quanto mi piaceva!» - ricorda - «Mentre tornavo a casa, pedalando, mi figuravo la grafica dei manifesti che un giorno avrei forse composto. Sognavo, né più né meno». Un taccuino d’appunti per amico, Silvio Antiga fermava quei progetti numerosi e volanti, figli di una mano libera ma efficace sul foglio e di quelle regole d’impaginazione che erano altrettante occasioni di dar forma al bello progettato. «Si parla, naturalmente, di piccola tipografia» - precisa - «una locale fiera del bestiame; una sagra di Santa Teresa… disegnavo con matite colorate queste immaginarie commissioni. Tra me e la tipografia nasceva un rapporto di identificazione assoluta, e ad oggi è ancora la possibilità del progetto in termini artistici ad affascinarmi».
In realtà, quando si parla genericamente di “tipografi”, bisognerebbe precisare se si tratta di compositori, cui spettava di impaginare i testi e le figure, di macchinisti, che stampavano e controllavano le cariche d’inchiostro, o di legatori, che si prendevano cura dei fogli dopo la stampa. «Per un compositore come me» - afferma - «i banchi di prova erano i manifesti sull’Adunata degli Alpini o quelli per la Mostra dei Narcisi… disegnai i narcisi in negativo sul verde brillante dei prati di montagna, per il cielo scelsi un blu intenso e poi collocai in sovrapposizione i titoli color aragosta. Non c’è stampa offset, stocastica, non c’è scansione di scanner che possa ripetere l’intensità di certi pastelli, la forza di certi neri». Un episodio che ricorderà quando, mettendosi in proprio, produrrà manifesti incidendo sul linoleum, con l’ausilio di una sola macchina, proponendo un prodotto dalle ottime caratteristiche a prezzi concorrenziali.
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