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Titolo: Montanelli. Novant'anni controcorrente Autore: Marcello Staglieno Prezzo: EURO 8,40 (al 1 novembre 2006) Dati: 495 p. Anno: 2002 Editore: Mondadori Collana: Oscar bestsellers |
Recensione libro
Montanelli. Novant'anni controcorrente
a cura di Giancarlo Nicoli
Per comprendere appieno la validità (e il limite) di questa
biografia, è – secondo me – necessario spendere
qualche parola sull’autore.
Marcello Staglieno condivise molti anni di vita, professionale e
personale, con Montanelli. Fu uno dei fondatori del “Giornale
Nuovo” (1974) e fu coautore, proprio insieme a Montanelli,
della biografia su Longanesi (1984). Grazie al fatto che l’autore
ha tenuto un diario personale curato e ha raccolto appunti lungo
tutto l’arco della loro frequentazione, questo libro è
prezioso nel mettere un punto fermo a proposito di numerosi argomenti.
Per esempio: l’incontro con Adolf Hitler avvenne davvero?
Montanelli fu davvero in Piazzale Loreto, mentre il cadavere di
Benito Mussolini veniva appeso a testa in giù? Il libro di
Staglieno è molto ricco di questi particolari. Sono dettagli
che “fanno” una biografia.
Poi, c’è da considerare la questione “Lega Nord”. Era il 1992. Tutti i lettori del “Giornale” di quel periodo (fra cui il sottoscritto) ricordano bene l’intervento di Staglieno a una trasmissione televisiva su Rai Tre, i toni accesi usati per perorare le ragioni della politica di quel partito. Il giorno dopo, sul “Giornale”, con un trafiletto il direttore prendeva le distanze da quell’intervento e anche da Staglieno (candidato nelle liste della Lega, fu eletto senatore alle successive elezioni). Gli fu tolta la firma a tempo indeterminato.
Infine,
si deve ricordare che Staglieno non prese parte all’ultima
avventura di Montanelli, intrapresa – in solitudine, in totale
libertà – al termine della carriera e della vita: “La
Voce”.
Ho letto con piacere questo libro, così come altri – nel frattempo usciti – dedicati dagli amici al “cilindro”. Li leggo tutti con nostalgia e rimpianto. Quanto mi manca, Montanelli!
Questa biografia, come detto, è molto curata. È molto
precisa e rende bene la vita di Montanelli, le atmosfere che circondarono
le varie fasi della sua vita. La gioventù, l’infatuazione
verso i libri e la carta stampata. L’impronta caratteriale
ricevuta, dalla famiglia in particolare e dall’ambiente toscano
in generale.
Il fascismo, l’Abissinia, l’Albania, la Grecia.
La guerra di Finlandia, il lancio di Montanelli in ambito internazionale.
L’8 settembre.
Non c’è tutto, ma quasi (la qual cosa sarebbe anche
impossibile, chiaramente).
Una cosa che non c’è, la metto io: il giornalista
Montanelli fu sempre un professionista completamente libero; il
direttore del “Giornale”, Montanelli, fu molto libero,
sì. Ma non completamente libero.
Il “Giornale Nuovo”, uscito per la prima volta in edicola
il 24 giugno 1974, nasceva grazie all’interessamento (politico
e finanziario) specialmente di Amintore Fanfani ed Eugenio Cefis
– notizia che ho appreso da questo libro. È difficile
fare opposizione libera quando i soldi per il tuo giornale te li
ha portati uno dei capi della maggioranza di governo, non ci vuole
la laurea per capirlo.
Montanelli, al “Giornale”, conduceva un giornalismo
e una politica “di fronda”, come fu una “fronda”
quella che fece al fascismo. In altre parole, battagliava col fioretto,
assestava colpi leggeri alla partitocrazia, ma così facendo
la legittimava.
Il “Giornale” fu un quotidiano perennemente in ristrettezze
economiche, e per questo vulnerabile. L’arrivo, nell’azionariato,
del palazzinaro (allora) Berlusconi, mise a posto i conti ma restrinse
ulteriormente i margini di libertà del direttore.
Mi ricordo certe firme del “Giornale”. C’erano
collaboratori raccomandati dai partiti. Parenti, amici, amici degli
amici. Il “Giornale” ha fatto parte del “sistema”,
rappresentandone l’ala destra: un’ala critica, certamente,
anche pungente. Una posizione scomoda, senza ombra di dubbio. Ma
all’interno del sistema.
Libero, come dicevo, ma non completamente.
Il libro è più debole nella parte relativa agli ultimi
anni di Montanelli alla guida del “Giornale”, dal divorzio
da Berlusconi alla chiusura del nuovo quotidiano, “La Voce”.
Tenendo presente quanto ho scritto prima a proposito di Staglieno,
a mio giudizio queste sono vicende troppo vicine nel tempo e nei
sentimenti perché l’autore ne possa scrivere con il
necessario distacco.
Staglieno racconta l’avventura della “Voce” tenendo
in sottofondo il tema del “fatto personale” tra Montanelli
e Berlusconi per spiegare gli avvenimenti di quel periodo. Ma c’era
molto altro, ovviamente. Questo sottofondo finisce con il disturbare
l’impostazione della biografia, e fa suonare stonate le pagine
che coprono quegli anni.
Le leggi ad personam, gli affari del fratello, la mania di protagonismo,
il partito che non c’è, il consenso mediatico, la politica
fatta con i sondaggi (vi ricordate Gianni Pilo?) il grave conflitto
d’interessi… Come poteva un liberale anarchico, quale
era Montanelli, approvare tutto questo? E da parte di un ex amico,
per di più! Il “fatto personale”, che ci fu,
fu solo un’aggravante.
Con Berlusconi, la nuova “piazza” è la televisione.
Montanelli vide da vicino, in tempi più lontani, a che cosa
portano gli eccessi di piazza. Come poteva, Montanelli, appoggiare
un uomo, Berlusconi, che compiva così tanti errori politici?
La “Voce” di Montanelli fu, nella sua breve vita, l’esperimento di un quotidiano completamente libero. E lo fu, lo fu tutti i giorni. Per questo la “Voce” chiuse i battenti meno di un anno dopo averli aperti. Montanelli fu solo, in quell’avventura, con “i suoi ragazzi”, un gruppo di coraggiosi giornalisti che lasciarono lo stipendio sicuro del “Giornale” per restare con il “loro” direttore (adesso il direttore del “Giornale” è Maurizio Belpietro. La differenza fa un po’ impressione, non è vero?).
Non avevo mai letto un giornale così libero, vivo, forte contro i forti, aggressivo. E fino ad ora non l’ho mai più letto…! Il “Giornale” non fu mai così. La “Voce” esercitò un’efficace critica al sistema partitocratico, senza fare sconti a nessuno. Fu il “quarto potere”. Era scomoda. Ricordo bene che Montanelli fu attaccato molto duramente, sul piano personale, con mezzi molto superiori a quelli che lui aveva per difendersi. Aveva tutti contro, tv e stampa; partiti di destra e di sinistra. Gli attacchi, era chiaro, erano pretestuosi, miravano a mettere in cattiva luce il direttore, a fargli perdere la simpatia dei lettori.
La “Voce” fu anche vittima, probabilmente, di un’errata (forse volutamente errata, ma non ho elementi per sostenere quest’ipotesi) gestione finanziaria. La capacità di gestire persone e denaro, Montanelli, non l’aveva. Gli è costata piuttosto cara.
Questa analisi, nella biografia di Staglieno, manca. E per questo ho voluto proporvela. Ma debbo dire che è l’unica debolezza che vi ho trovato.
Considero Montanelli uno dei miei maestri, il più importante.
Ringrazio Staglieno per avermelo fatto ritrovare, ricreando la stessa
atmosfera che da lettore trovavo negli scritti di Montanelli, anche
se solo per pochi giorni di lettura. Sono così dispiaciuto
che non ci sia più.
«Accadde che – riesaminando con occhi più attenti
Risorgimento senza eroi di Gobetti – Montanelli risalì
a due capi d’opera della più salda cultura laica d’Occidente,
Il borghese di Werner Sombart e l’Etica protestante e lo spirito
del capitalismo di Max Weber.
Li aveva acquistati da Seeber poco prima della partenza per Grenoble,
e ne fu subito entusiasta. Pur fervidamente mussoliniano, cresciuto
e allevato in un regime che aveva voluto i Patti Lateranensi dell’11
febbraio 1929, e con una madre profondamente cattolica, quei due
libri accentuarono le sue simpatie per il protestantesimo che, correlate
all’assoluta laicità della Destra storica, con il passare
degli anni lo porterà via via a posizioni sempre più
critiche verso il potere temporale vaticano. Soprattutto, in quell’agosto
1934, in Sombart e Weber colse genialmente un duplice nesso, sostanziale
per la sua futura divulgazione storica: tra Riforma e liberalismo
e, all’opposto, tra Controriforma e fascismo.
Ricordò questa sua importante intuizione, a fine aprile 1974,
nella casa di via Motta in Lugano a Prezzolini, che nella sede cantonale
della radio ticinese aveva appena presentato «il Giornale»,
a poco meno d’un mese dall’uscita nelle edicole. Gli
fece le lodi del calvinismo, “scoperto” nel ’34.
E al grande vecchio, che gli obiettò i contributi della «Roma
del cristianesimo trionfante» all’Umanesimo e alla Rinascenza,
Montanelli rispose (ero presente) che la Chiesa, con il Concilio
di Trento, aveva annichilito nella penisola la nascita della borghesia,
dello Stato nazionale sino a favorire, come causa pur remota, l’avvento
del fascismo.
Sostanzialmente disse: «Qui da noi, lo hai del resto scritto
nel tuo bel libro L’Italia finisce, ecco quel che resta, al
“cittadino” la Chiesa ha sempre privilegiato il “credente”.
Lo capii nell’agosto del 1934, leggendo Sombart e Weber. Entrambi
sostengono che la mercatura e le spinte imprenditoriali, fin dal
Trecento fiorentissime attraverso le Repubbliche marinare anche
nel nostro Sud, furono mortificate dalla Controriforma. Il profitto
venne bollato come usura. Nonostante questo, nel Settentrione d’Italia
ma senz’escludere la Toscana in cui nacquero il libero commercio
e la cambiale, lo spirito d’impresa non s’annichilì
del tutto. Sia per i riverberi, dalla Francia, di quel succedaneo
del calvinismo che furono Giansenio e Port-Royal. E lascia stare
il fatto che Braudel dica il contrario, affermando che il mercantilismo
borghese si sviluppò nel Mediterraneo in modi ben superiori
a quelli dei Paesi protestanti… Io continuo a credere che
abbiano ragione Sombart e Weber. La borghesia, qui da noi, è
ancora di là da venire. Lassù, la lettura diretta
della Bibbia consente da secoli ai credenti di non aver bisogno,
com’impone invece il cattolicesimo, della mediazione ecclesiale.
E li fa liberi. In più, la teoria della predestinazione,
sostenendo che i “premiati dal Signore” lo sono anche
in quanto aspirano alla ricchezza e la conseguono, rafforzò
l’orgoglio e la consapevolezza, in tutti loro, di rappresentare
una “nuova classe” borghese. Proprio il contrario di
quanto accadde in Italia, specie nel Sud, dove la nascente borghesia,
sottomessa ai dettami tridentini, preferì inserirsi nella
“classe vecchia”, nobiliare e reddituaria, abbandonando
ogni spirito d’impresa con l’acquisto di terre che davano
diritto a un titolo. Cioè infeudandosi».
Tutti i brani pubblicati sul blog:
«La Voce» (1909-1913) di Prezzolini
Opachi impiegati del giornalismo
La lettura diretta della Bibbia
I cento giorni della Finlandia
I sogni muoiono all'alba - Ungheria 1956
Ho sempre tentato di vivere così
Staglieno, Marcello, Montanelli – Novant’anni
controcorrente, “Le Scie”, 1a ed., Milano,
Arnoldo Mondadori Editore, 2001 (1a ed. Oscar bestsellers 2002),
pp. 495
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