L'inaugurazione di Parolario - Intervista a Vivian Lamarque
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dalla nostra inviata Stefania Clerici
Como, sabato 26 agosto 2006 - Un agosto (e settembre) ancora sfavillanti d'estate, l'oro e l'azzurro del lago, tanta voglia di letteratura e arte: questi gli ingredienti della VI edizione di Parolario, manifestazione che si è svolta a Como e che quest'anno si è aperta con diversi appuntamenti in cartellone anche a Lugano.
Come ha detto il sindaco di Como, Stefano Bruni, durante l'inaugurazione, "l'evento è un bambino che cresce ogni anno più armoniosamente" e ha visto in questa edizione un programma particolarmente ricco di eventi che spaziano dalla poesia alla storia, alla letteratura, alla filosofia, al cinema, all'arte e alla musica.
Gli incontri sono avvenuti nel "Caffè Letterario" di Piazza Cavour, al Broletto e nella Biblioteca Comunale.
L'intento è chiaro nelle parole di Glauco Peverelli,
Presidente dell'Associazione Culturale Parolario, intervenuto anche
lui all'inaugurazione: "Vogliamo offrire una vetrina che sia
al tempo stesso una palestra in cui confrontarsi con autori famosi,
esperienze diverse ma importanti per aiutare a crescere e a stare
al passo con il nuovo".
Questo "evento maturo, in linea con le migliori riflessioni
culturali del momento" (Stefano Bruni) non poteva aprirsi in
modo migliore: infatti, dopo le presentazioni e gli interventi delle
autorità, in Piazza Cavour si è svolto un incontro
con la poetessa milanese Vivian Lamarque, intervistata
da un altro poeta e organizzatore di eventi, Lorenzo Morandotti.
La Lamarque è diventata un classico del '900 a
tempo di record, tanto che Mondadori ne raccoglie l'opera
nella raccolta Poesie 1972 - 2002, che l'artista si tiene tra le
mani come una coperta rassicurante. Ma ancora più rassicurante
è il suo sorriso, un sorriso sereno e azzurro in questo pomeriggio
tutto azzurro: il lago, il cielo e il suo vestito.
Dalle parole dell'artista e dalle risposte a Morandotti traspare
quella "misteriosa semplicità" della quale un altro
grande poeta e critico - Giovanni Raboni - parlava a proposito delle
sue liriche.
Lei stessa ricorda che un giorno, al termine di un incontro con
gli alunni di una scuola superiore, si sentì chiedere da
un ragazzo: "Ma che poesie sono le sue? Si capisce tutto".
Nella delusione di quello studente davanti a un'autrice che scardinava
tutte le sue idee sulla poesia, almeno su com'era abituato a intenderla,
c'è probabilmente la chiave del successo della raccolta della
Lamarque. Non dimentichiamo inoltre che quest'artista è tra
i pochissimi poeti italiani che si possono permettere di scrivere
ancora in rima senza far ridere. Casomai strappando al lettore una
varietà di sorrisi: da quello divertito per l'arguzia dell'autrice
a quello amaro, perché molte sue liriche, dietro l'apparenza
fiabesca, nascondono frammenti di vita molto tristi, presentati
con una garbata ironia.
La Lamarque ricorda infatti che iniziò a scrivere a dieci
anni, quando scoprì di avere due madri (una naturale e una
adottiva). "La mia infanzia - dice - è una telenovela".
A quattro anni aveva già perso tre genitori: i due naturali
e il padre adottivo. A tavola mangiava sola, cercava un commensale,
lo trovò nella penna e iniziò dunque a scrivere dialoghi
con la signora Forchetta e suo marito il Coltello.
La poesia è una rielaborazione della propria sofferenza
e delle varie tappe della vita: l'infanzia, l'innamoramento, l'amore,
il matrimonio, la maternità. Nei suoi versi compaiono la
famiglia d'origine, la figlia Miryam (chiamata "Gallinella"),
il marito (Paolo Lamarque), da cui è separata, la nipotina,
l'analista, a cui in pieno transfert scrive migliaia di lettere,
poesie, cartoline ("lui all'inizio era disperato, poi mi ha
imposto dei limiti").
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