Sommario.
Mercato, baroni e mafia, di Lucio Lami.
Davos, 15 - 16 - 17 giugno 2001.
Racconto per immagini: l'incontro annuale dell'Ex Libris Club Svizzero, di
Giancarlo Nicoli.
Recensioni.
Diario, di Katherine Mansfield - di Sgamarillo
Il coccodrillo sull’altare, di
Guido Conti - di Sgamarillo
Petizione.
Per protestare contro la legge 62/01, che clamorosamente limita
la libertà di espressione, cliccare qui (nota del 9 dicembre
2004 - la pagina dedicata alla petizione non esiste più da tempo,
pertanto il collegamento è stato rimosso; Punto
Informatico invece esiste ancora).
Caro
lettore,
siamo
al terzo numero di "Block Notes".
Con molto piacere presento un contributo di Lucio Lami, celebre
giornalista, inviato di guerra, direttore di giornali, qui presente in
veste di vicepresidente del P.E.N.
Club Italiano.
Il contributo si inserisce nel dibattito, avviato dal P.E.N. Club,
relativo alla cosiddetta "morte della recensione".
Per quanto ci riguarda, cerchiamo di fare la nostra parte...
Sul "Block Notes" in versione inglese trovate un contributo del prof. Stuart Ewen: statunitense, è un noto esperto di mezzi di comunicazione di massa.
Buona lettura.
Giancarlo
Nicoli
(torna su)
Mercato, baroni e mafia, di Lucio Lami
Tratto da
"Scritture", notiziario del Pen
Club Italiano, n° 4, maggio 2001. Su autorizzazione dell'autore.
Il numero di maggio 2001
di "Scritture", il notiziario del Pen Club Italiano, era tutto
dedicato alla cosiddetta "Morte della recensione". Abbiamo
chiesto a Lucio Lami, vicepresidente del P.E.N. Club Italiano, di poter
riprodurre il suo contributo.
A provocare la morte della recensione sono state diverse cause.
Io ne ho individuate almeno sette.
1) - L'abbassamento culturale dei giornali. La cultura non fa audience, ergo decipiatur. I giornali rinnegano l'input pedagogico e, alla maniera della televisione, si adeguano al gusto della massa, inteso come indice di ascolto. Il pubblico legge poco, figuriamoci una colonna di cultura. Quindi è meglio - dicono - la segnalazione (sei righe). Inotre, tra chi legge meno, ci sono proprio i redattori addetti alla cultura, battuti solo da quelli degli "esteri".
2) - Le baronie dei critici. I critici leggono solo i libri scritti da autori del loro entourage o quelli espressamente suggeriti dagli editori, che poi sono anche i padroni dei giornali per i quali i critici scrivono, o che pubblicano i loro libri. Anni di pigrizia mentale, giustificata dal fatto che il giornale tiranneggia gli spazi per le recensioni. Il fenomeno assomiglia a quello delle carriere universitarie: baroni e protetti. I giornali, poi, spesso lasciano che a recensire siano critici improvvisati, che scrivono dopo aver letto solo il risvolto di copertina. Gli autori recensiti se ne accorgono subito. Esempio. Di un mio libro sulla carica di Isbuscenskij (1943) un recensore illustre scrisse, elogiandomi, che si sentiva che vi avevo partecipato (a sette anni?).
3) - Do ut des. Fatte rare eccezioni, la recensione è considerata un favore che va fatto agli amici. Amici per motivi di interesse, per motivi politici, per motivi di fraternità editoriale. Decine di libri all'anno, ottimi, passano inosservati perché pubblicati da piccoli editori o da scrittori non "del giro". Io ho avuto centinaia di recensioni, ma la percentuale è scesa non appena ho smesso di pubblicare sulla pagina culturale del mio giornale, cioè quando si è supposto che non fossi più in grado di "contraccambiare".("Ti ho mandato il mio libro, vedi se puoi farlo recensire").
4) - L'eccesso di produzione. E' difficile districarsi in un'editoria che produce troppo. E i giornali sono lenti, perennemente in arretrato con le segnalazioni. Solitamente la recensione, se c'è, arriva quando il libro è già stato tolto dal bancone del libraio. Così perde valore. Inoltre, pagato il pedaggio ai libri che devono essere recensiti per pressioni dall'alto, resta una sproporzione folle tra produzione libraria e spazio per le recensioni. Si noti che gli spazi sono gestiti dalla redazione, la quale commissiona recensioni con criteri che poco hanno a che vedere coi giudizio e la selezione critica.
5) - La crisi degli uffici stampa. Nelle case editrici, anche le più grandi, un addetto stampa può occuparsi per poche ore di un libro in uscita. L'indomani c'è un libro nuovo, o più libri. Questo fenomeno (scarsità di personale per l'informazione ai giornali) deriva dalla dichiarata convinzione degli editori che "la recensione non serve più a far vendere". L'ufficio stampa ha rinunciato a spiegare al recensore le qualità di un libro che sta per uscire. Tocca all'autore premere sugli amici e il successo nell'ottenere spazio è spesso un affare tra scrittore-recensore e scrittore-recensore. E' così che si leggono splendide recensioni per libri mediocri. La recensione muore anche di questo: eccesso di corporativismo.
6) - La politica. Per anni un malinteso spirito di corpo, politico, ha impedito alle recensioni di raggiungere un livello di indipendenza accettabile. Ricordo quel che mi disse un giorno Rosellina Balbi, caposervizio alla cultura di "Repubblica": "I libri di Montanelli non solo non verranno mai recensiti dal mio giornale, ma neppure letti". La cultura delle recensioni non può avere di queste gabbie, senza che il pubblico si disamori. Un libro non può essere condannato "a prescindere", come lessi una volta sul "Borghese".
7) - La televisione. Gli editori, dopo aver decretato che la recensione non fa vendere, scoprirono che la televisione può ottenere l'effetto contrario. Così il posto del recensore è stato occupato da questo o quell'imbonitore televisivo che cerca autori-personaggio disposti a recitare una parte nel suo teatrino. Gli sventurati autori risposero. Il passo successivo degli editori è stato quello di commissionare i libri direttamente ai comici televisivi. Con ottimi risultati di vendita, paragonabili a quelli dei comici della politica.
(c) 2001 Lucio Lami
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