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Romeo Musa favoliere. Ex libris e libri sub specie animalium


Si ricorda che – per ciascun numero della rivista “L’ex libris italiano” – Artifex pubblica di solito l’indice, l’editoriale del Presidente, un articolo a scelta tra quelli presenti sulla rivista. Del numero corrente abbiamo pubblicato l’indice e l’editoriale del Presidente. Di seguito riproduciamo uno degli articoli presenti sulla rivista. Si prega di cliccare il tag AIE per leggere tutti gli articoli che la riguardano.

Di Marzio Dall’Acqua
Presidente dell’Accademia Nazionale di Belle Arti di Parma

Un favoliere, come non se ne trovano più, come potevano esistere e sopravvivere solo nelle montagne dell’Appennino, dove le storie di uomini ed animali si intrecciavano e depositavano, mescolandosi fra tradizioni popolari, cultura orale e citazioni da letture disparate, prezioso sedimento a nutrire le lunghe notti invernali passate nelle stalle, a scaldarsi con le bestie intorno, letture deposte da librai ambulanti che venivano da un pitico posto che si chiamava Pontremoli, anch’esso nei monti, ma nel quale arrivava il vento salmastro del mare. E non solo. Ecco, prima di tutto ed in estrema sintesi, dire di Roberto Musa, incisore, disegnatore e scrittore, dalle molteplici fantasie e pulsioni, significa parlare di un favoliere, di uno che racconta fole, che non sono né fiabe né favole, ma una categoria povera ma quotidiana, un pane impastato da invenzioni che giocano tra immagini che emergono e si disfano nella quotidianità dei riferimenti alla natura. Un raccontare che non conosce il plagio perché la creatività individuale si mescola con la tradizione orale e popolare, che ha già impastato e creato modelli di storie, vicende, racconti e poesie dove le immagini si mescolano al dialetto, ai giochi di parole, ai rimandi, a citazioni di fatti, eventi ormai senza tempo, ma che fanno parte del sapere comune condiviso. Così il narratore, il favoliere appunto, che spesso ama appoggiarsi sia alle immagini sia alla poesia, per creare un’atmosfera, un ritmo e suggerire insieme forme e richiami al noto, ben conosciuto, in una specie di aggregazione che viene sviluppandosi come una musica, che rompe la monotonia del parlato per introdurvi l’armonia dell’immaginazione. Storie che nascono e diventano subito di tutti.

Per questo Romeo Musa, che ha raccolto, nel 1955, cinquanta anni di deliziosi versi ed immagini, ha pubblicato “Disolla e Tognu, leggende, favole e altre rattatuie” due innamorati ai quali sono state dedicate, come dice il sottotitolo della riedizione del 1980 “Poesie in dialetto valtarese di Romeo Musa con 50 riproduzioni di sue xilografie”, per la prima volta per le Edizioni di Vetrina, che circolavano già, in parte sulla “Giovane Montagna”, in parte pubblicate nel 1939 dall’onorevole e poi ministro Giuseppe Micheli e sulla bocca del popolo che rapidamente se ne appropriò. Storie impastate con il proprio dialetto e scolpite nei legni tratti dai boschi che si sospingono verso le vette più aspre. Altri li aveva pubblicati nel romanzo-favola edito tra il 1953 e il 1954 con il titolo “La luna sul salice” sulla rivista “La nostra penna”.

Un lungo percorso iniziato, in modo apparentemente casuale, con l’illustrazione, nel 1935, del libro di Kenneth Grahame, “Il bosco selvaggio”, avventure d’animali tradotte da Agostina Bonuzzi che Musa illustra con 260 xilografie.

Con “Il bosco selvaggio” Musa segna la sintesi tra favola scritta e favola disegnata. Il bosco è l’ambiente animale, selvaggio è già un aggettivo umano rispetto a questo inselvatichire. Si guarda il mondo animale come un simbolo delle situazioni umane, o meglio, si assegnano alle bestie caratteri e personalità umane. Questo traslato, questo straniamento espressivo è sempre un efficace mezzo espressivo. Guardando al comportamento degli animali, si trova questa somiglianza con gli atti umani, certo senza alcuna pretesa scientifica di seguire i saperi dell’etologo. In quest’attenzione al fiabesco, al simbolico, al surreale c’è tutta una tradizione che viene dalla mitologia, da Fedro, dalla grande elaborazione allegorica medievale, dai Grimm, da La Fontaine, per arrivare fino a noi, a Collodi.

Musa fa questa trasposizione e riduzione visiva e fonetica insieme, nella quale neppure un frammento, un abbozzo di nonsense, un appunto – cioè nessuna “rattatuie” – può e deve andare perduta, perché è sua ma anche sarà di altri, in un tramando di testimone, in una staffetta dell’immaginario: è la sua Disneyland.

C’era poi questo destino, questa fascinazione legata al cognome Musa, che già diventa una nascosta evocazione sacra, un invito al canto, al racconto e alla poesia, e per di più di Calice: l’artista infatti amava firmarsi Musa di Calice.

Ed il suo ex libris aveva come motto “Prospera musa favet”, che sta tra la certezza, l’invocazione e la preghiera, visto che al centro c’è un calice sormontato da una stella che rifulge radiata e radiosa e sotto fronde (d’alloro?) sui due lati, a destra “R. Musa” sulla sinistra “Calicensis” con una bella invenzione latina, che è già favoleggiamento, con una punta d’ironia in questo senso di raggiunta immortalità, di un emblema che sembra certezza di un destino segnato sin dall’origine nella parola e nell’immagine. Consapevole che il suo destino, come dimostrano gli ex libris realizzati per i propri figli, si sarebbe riversato su di loro alla ricerca inesausta della bellezza.

L’AIE conosce già Romeo Musa, attraverso un bellissimo articolo di Remo Palmirani apparso su questa rivista nel 1997, compreso l’elenco completo degli ex libris realizzati dall’artista, per cui, in questa sede ci limiteremo ad alcune integrazioni o precisazioni.

Nato il 5 maggio 1882 a Calice di Bedonia, nell’Alta Val Ceno, sull’Appennino parmense, nonostante una vita errabonda Romeo Musa rimase legato a quello che definiva “il più bel paese del mondo” e del quale riproponeva continuamente ai cinque figli racconti che mescolavano animali ed uomini, fantasie e sogni, realtà ed immaginazione che conservava la freschezza dell’adolescenza nel ricordare la valle del Ceno e il Monte Penna. Storie che la figlia Gilda Musa, scrittrice di fama nazionale, moglie dello scrittore Inìsero Cremaschi, ha scritto che il padre raccolse “in un unico lungo racconto tuttora inedito in un volume che intitolò La luna sul salice e che illustrò con spiritose xilografie di animali in vesti umane”; naturalmente il suo spirito giocoso lo portò a ironizzare e giocare sia sul suo cognome che sul toponimo del paese natale. Ed il citarsi come “calicensis” gli fa recuperare il dialetto natio, ricco di inflessioni liguri, che arrivavano in quelle valli come l’aria che sa ancora di mare. Dialetto che suggerisce motti per i suoi ex libris personali e quelli per i figli Adelia, Gilda, Giovanna ed i più vecchi Arnaldo e Edmondo.

Ma è un profluvio di immagini di piccolo formato che culmineranno con l’illustrazione dei “Promessi Sposi” sub specie animalium, dove i protagonisti del romanzo sono strasformati negli animali che li rappresentano in un’araldica dolce ed irriverente, ma insieme che piega la storia ad una quotidianità di riferimento che ancora rimanda in qualche modo alle valli e al loro popolo.

Ma andiamo con ordine: studia all’Istituto d’arte di Parma dove ha come insegnante Cecrope Barilli e a Firenze allievo di Adolfo De Carolis, nel cui studio collabora all’allestimento della “Francesca da Rimini” di D’Annunzio. De Carolis proteggerà anche in seguito l’allievo raccomandandolo, nel 1910 per una cattedra d’insegnamento.

Ma prima, dal 1903 al 1905 è militare in Eritrea in qualità di disegnatore. Esegue lavori di decorazione nel Palazzo del Governatore di Asmara e nella cappella votiva a Dogali. Nel 1905 di nuovo a Firenze per concludere la formazione e dal 1907 si avranno una serie di trasferimenti in istituti di diverse città per l’insegnamento, tra cui la Scuola Normale di Nuoro. Con la Sardegna manterrà rapporti anche in seguito.

Dal 1915 al 1918 è sullo scenario della prima guerra mondiale, sempre come disegnatore in area di operazioni. Di questo periodo sono alcune suggestive e delicate xilografie che denunciano inquietudine, silenzio, solitudine e l’incombere della morte, in una semplificazione che ricordano la scarnificazione dei versi ungarettiani.

Finalmente nel 1933 approda come insegnante a Milano e qui entrerà in contatto con giornali, riviste ed editori del mondo dell’infanzia, riducendo sempre di più all’attività incisoria il suo impegno, per cui abbandona la pittura che aveva esercitato saltuariamente e la fotografia, che era supporto mnemonico alla sua elaborazione iconografica.

Non dimenticherà mai i suoi monti e i suoi luoghi natali, ai quali ritornerà con immutata passione.

Muore a Milano il 3 marzo 1960 lasciando incompiuta la sua “traduzione” dei Promessi Sposi. A Bedonia nel Museo del Seminario Vescovile è conservata, per volontà dei figli, la raccolta della sua opera, esposta al pubblico, con fotografie, documenti, xilografie e legni incisi.

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