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graffiti – incisioni di Giuseppe Bocelli


Dal comunicato stampa.

graffiti – incisioni di Giuseppe Bocelli

1 – 13 ottobre 2011

Nome della Galleria: Galleria “Arianna Sartori”

Indirizzo: Mantova – via Cappello, 17 – tel. 0376.324260

Titolo della mostra: Giuseppe Bocelli – graffiti

Mostra a cura di: Arianna Sartori

Mostra promossa da: Centro Studi Sartori per la Grafica

Presentazione di: Basilio Luoni

Catalogo: a cura di Arianna Sartori, presentazione di Basilio Luoni

Catalogo edito da: Centro Studi Sartori per la Grafica

Date: dal 1° al 13 ottobre 2011

Inaugurazione: Sabato 1 ottobre, ore 18.00. Sarà presente l’artista

Orario di apertura: dal lunedì al sabato 10.00-12.30 / 16.00-19.30, Venerdì 9 settembre anche 21.00-23.00 e Domenica 11 settembre 10.30-12.30 / 15.30-18.30.

 

Il Centro Studi Sartori per la Grafica presenta la mostra “graffiti” incisioni di Giuseppe Bocelli alla Galleria Arianna Sartori Arte di Mantova, in via Cappello 17.

L’artista Giuseppe Bocelli, che ritorna a Mantova dopo una prima esposizione nel 2008 quando aveva presentato una serie di ritratti realizzati in bronzo e terracotta, per questa nuova occasione, metterà in mostra le sue incisioni, realizzate con la tecnica della puntasecca, dell’acquaforte e dell’acquatinta, e alcune recenti sculture in bronzo e terracotta.

L’inaugurazione è prevista per Sabato 1 Ottobre alle ore 18.00 alla presenza dell’artista per presentazione di Basilio Luoni.

Per l’occasione è stato edito un catalogo, a cura di Arianna Sartori, con presentazione di Basilio Luoni, edito dal Centro Studi Sartori per la Grafica.

La galleria sarà aperta al pubblico dal lunedì al sabato dalle 10.00 alle 12.30 e dalle 16.00 alle 19.30, chiuso festivi.

La prima incisione di Giuseppe Bocelli che mi capitò di vedere, vari lustri or sono, raffigurava un tacchino. Immagine indimenticabile, l’ho ancora davanti agli occhi e mi spiace che non sia presente in mostra. Se pensavo ai tacchini in arte, la mia memoria correva a Monet, ai suoi Dindons bianchi nel prato di uno château, eleganti, lievi, luminosi, sfarzosi come ballerine classiche. Il Bocelli, volutamente o no, aveva fatto il contrario del francese: il suo tacchino era pesante, sgraziato, nero, saturnino, gonfio probabilmente del rancore e della protervia che sembrano inoculati nei tacchini di pollaio. E non abitava uno spazio connotato, non poggiava le zampe sulla ghiaia o sull’erba, si campiva nel foglio come una figura araldica,un’icona pronta per fare l’allegoria o {‘insegna di qualche vizio poco confessabile in una nuova iconologia di un nuovo Cesare Ripa.

Negli anni, il Bocelli al tacchino ha aggiunto animali dopo animali -uccelli, rane, maiali, farfalle, cavallette, cicale, grilli, grilli talpa, scarabei e pesci e crostacei – fino a comporre un vero e proprio bestiario, spesso destinato ad accompagnare le liriche di qualche amico. Perché a lui piace lavorare con i poeti, anche se va subito detto che non è un illustratore, e non regala mai quadretti di genere, non evoca atmosfere, evita con assoluta sicurezza le posizioni subalterne, le secche e gli scogli dell’aneddotico, la forfora sentimentale. Ha, credo, due certezze fondamentali, che all’inizio, come dice l’Evangelista, e’è la parola (in principio erat Verbum), e che alla parola, come hanno sottolineato i grandi narratori della Genesi, da Michelangelo a Blake, si accompagna sempre nello stesso istante un gesto del braccio e della mano di Dio. Il segno, la linea tracciata sul foglio dal poeta o dall’incisore, è la risultanza fisica del gesto inaugurale. Attraverso il gesto e il segno che il gesto traccia nell’aria o sulla carta, la parola diventa carne, creatura. Le incisioni del Bocelli mi sembrano rivelare, e conservare nel tempo, la magia dell’istante in cui, dal nulla, si crea una linea, e la linea diventa un gomitolo compatto di segni sempre più sicuri, sempre più fitti, sempre più intricati, e finalmente ci consegna una forma riconoscibile, un corpo, una creatura, nitida e prepotente sulla lastra e sul foglio come i graffiti degli sciamani sulle pareti delle caverne preistoriche. Perciò non hanno spazio tridimensionale intorno, le sue figure, non hanno piano d’appoggio e sono fuori dall’ora, dall’atmosfera e dai suoi fenomeni. Le sue bestie come le sue verdure – i carciofi, le viole, le zucche, i girasoli, le pigne – e le sue rare forme umane, i suoi rari paesaggi, dove le montagne e le città tendono ad assomigliare alla scorza scabra di un frutto o di un albero, hanno l’assoluta immanenza e insieme l’assoluta distanza degli archetipi, sono presenti e lontanissimi come i fossili affioranti in una roccia o come gli insetti catturati e imprigionati per sempre – morti e immortali – dentro un grumo d’ambra.

Vederli tutti insieme, i numeri della sua produzione, davvero procura un’impressione ambigua e spiazzante. Ci troviamo in una wunderkammer, accompagnati da un bonario Archivista che con ironia cremonese interviene di quando in quando: “Carino, vero? È una cosina fresca, sfiziosa”? O invece in un laboratorio dove uno Sciamano o Demiurgo poco rassicurante sta mettendo a punto, dietro una tenda o una porta, nuove colture genetiche, nuove metamorfosi?

Basilio Luoni

 

Giuseppe Bocelli è nato a Cremona e vive a Como.

Magistrato, coltiva nel contempo la grafica e la scultura, riscuotendo l’apprezzamento di Giovanni Testori. Ha esposto alla Pinacoteca civica di Como e in gallerie a Milano, Mantova e altre città.

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