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La colpa, la pena, l’estasi in Dante – da Gustave Doré all’immaginario contemporaneo


Dal comunicato stampa (n.b. ricevuto l’1 settembre).

Il Comune di Ravenna, la Fondazione Cassa di Risparmio di Imola, il Centro Dantesco dei Frati Minori Conventuali, l’associazione culturale VACA vari cervelli associati invitano la S.V. alla mostra:

La colpa, la pena, l’estasi in Dante
da Gustave Doré all’immaginario contemporaneo

INAUGURAZIONE
Sabato 4 settembre 2010, ore 11.
Urban Center di Ravenna
ex Chiesa di S. Domenico
Via Cavour, 1
RAVENNA
La mostra rimarrà aperta fino al 2 ottobre 2010
Orari: martedì, mercoledì e venerdì 10 – 13 / 16 – 19
Sabato, domenica e festivi 10 – 19
Lunedì e giovedì chiuso.
INGRESSO LIBERO
Info: Urban Center 0544.482009
www.urbancenter.ra.it

La colpa, la pena, l’estasi in Dante, questo il tema della mostra che si aprirà a Ravenna il 4 settembre, negli spazi espositivi dell’Urban Center.
Opere di:
Gustave Doré
Giuseppe Maestri
Piero Dosi, Cosetta Gardini
Umberto Giovannini,
Mauro Monaldini , Enrico Rambaldi
Cesare Reggiani, Davide Reviati
Andrea Rivola, Giuseppe Tolo
Alberto Zannoni

Gustave Doré, negli anni dal 1861 al 1868, con centotrentacinque illustrazioni creava quella straordinaria architettura visiva della Divina Commedia diventata talmente nota e popolare, da concedere poche vie di scampo agli illustratori successivi. La sua opera, non a caso, è tuttora ristampata in grandi tirature.
La mostra, presentando tutte le xilografie originali del Doré, dà al visitatore il raro piacere di poter ammirare, con un colpo d’occhio, la successione delle immagini: dalla colpa alla pena e infine l’estasi.

Le opere degli artisti-illustratori nostri contemporanei che si cimentano con singoli personaggi o situazioni legate alle tre Cantiche dantesche, oltre a regalare emozioni e riflessioni ci danno la misura del debito e dell’affrancamento dal Doré.
La veduta d’insieme è potente e impressionante mentre non può non stupire la meticolosità della ricerca, l’acume e l’ardore profuso dagli illustratori, per dar forza espressiva all’immaginario che suscita la lettura dantesca oggi.

Gustave Doré è il “mostro” degli illustratori della Divina Commedia, non c’è altro genio che lo superi in fama, neanche l’onnipresente Salvator Dalì. Così i diavoli di Gustave sono diventati l’icona del diavolo. Ma allora che senso ha avuto organizzare una mostra con tutti i suoi pezzi originali e chiamare al confronto dei pur bravissimi illustratori contemporanei? Cerchiamo di capirlo passando in rassegna, a volo d’uccello s’intende, i risultati; tocca a Serena Simoni, nella sua presentazione, fare il punto critico del tutto. Per quel che abbiamo detto sopra partiamo proprio dal diavolo e si veda cosa ne fa Mauro Monaldini che pare sfidare Doré attraverso una splendida sequenza ironico-onirica: con l’aiuto di Dürer per la tecnica, e di una cultura che sta nel contemporaneo per la visione. Il risultato non può non impressionare il visitatore: niente da invidiare al Doré. Il visitatore ha già attraversato il Limbo, non quello teologico, già sconfessato, ma quello dell’infanzia che Reviati, un maestro consacrato in materia, affastella tra volti inquietanti di contagioso disagio. Doré non ci presenta bambini, è vero, questi sono dunque il tassello mancante. La vertigine ci coglie quando Inferno, Purgatorio e Paradiso ci appaiono tutti assieme e veniamo a faccia a faccia col Caronte di Giovannini e qui il legno, l’incisione su legno – la stessa materia che ha usato Gustave Doré –, permette di cogliere i quasi 150 anni che ci separano da lui. Tutta la coscienza nostra degli orrori che si sono accumulati in così “poco tempo” esplode. Non c’è quasi più nulla di umano in questo Caronte, quel punto rosso che segnala l’occhio e che ci segue viene giù, dritto dritto da qualche scenario di guerra contemporanea e ci pare di rivederlo anche nell’occhiaia vuota del Cerbero di Rambaldi che amplifica, se possibile, lo scenario della terra desolata col suo Pier delle Vigne. Non stanno nelle loro depositate, classiche forme né le opere di Alberto Zannoni né quelle del grandissimo Giuseppe Maestri. Maestri elude, da par suo, ogni confronto mentre Alberto porta in calcografia la finitezza e il doppio del segno alle prese con la Commedia oggi. Due virtuosi che da alcuni anni stupiscono, Giuseppe Tolo e Andrea Rivola, si cimentano nell’Inferno il primo, nel Purgatorio l’altro. Le loro opere hanno in comune solo l’essersi cimentati direttamente col Doré pittore: una parte non secondaria dell’opera e del pensiero di Gustave, impossibile da portare in mostra dai musei parigini e inglesi. Tolo opera sui toni scuri e oscuri della materia infernale, trascrivendo occhi fissi, molesti sul visitatore sin nel buio magmatico delle Erinni. Rivola esplode beffardo, incontenibile nella trasgressione infantile: il suo carro impatta visivamente l’ira dantesca dichiarandola popolarmente, nessun omaggio grazioso, il meritricio è nudo e laido. È ben diverso il piano metafisico, quindi il più lontano dal concetto del solido figurativo Doré, dove Cesare Reggiani libera, sulla Charitas cristiana, tutta la sapienza del suo pennello, portando con forza il pensiero di San Paolo a capo dell’ispirazione poetica di Dante su questa virtù cruciale ai fini della salvezza ultraterrena. L’angelo di Piero Dosi non ha bisogno di nessuna chiosa, sta lì in tutto il suo splendore a rammentare, nel commiato, che si può fare ancor oggi moltissimo davanti alla Divina Commedia, riuscendo a dare emozioni e riflessioni altrimenti inagibili, perché questo è il senso di questa mostra: arricchire l’immaginario di ciascuno attraverso il lavoro di quelli che scavano nelle miniere del colore, dell’affabulazione, dell’inconscio.
Cosetta Gardini ha costruito la scrittura delle terzine assecondando la tesi del “passo” dantesco come rimembranza, e non come citazione filologica; negli episodi esterni alla Commedia ha invece predisposto una stesura piana e scorrevole: così il tutto ci è parso armonico allo spirito della mostra.

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